Per “sfruttamento del lavoro minorile” si intende un’attività
lavorativa pesante, inadeguata per l’età del bambino e suscettibile di
pregiudicarne lo sviluppo fisico, psichico e morale. Di solito si tratta di
un’attività lavorativa che per la sua durata ed intensità impedisce al bambino
di poter accedere all’istruzione di base.
Nel mondo 250 milioni di bambini al di sotto dei 14 anni sono costretti
a lavorare. Lo sfruttamento minorile è al tempo stesso causa e conseguenza
della povertà. Le famiglie devono chiedere a tutti i componenti, compresi i più
piccoli, di darsi da fare per rispondere ad un unico imperativo: sopravvivere!
Ad esempio nei Paesi del Golfo di Guinea la legge vieta il lavoro ai
minori di 16 anni ma in realtà essi vengono sfruttati nelle fattorie, nelle
miniere, e nel settore della pesca.
Alcuni bambini lavorano in miniera dall’età di 5 anni per 16 ore al
giorno, 7 giorni su sette. Nelle società rurali più povere dell’Africa
occidentale il lavoro minorile viene considerato un fenomeno normale, un modo
per formare i bambini e assicurare loro lavoro futuro.
In Guinea, ad esempio, si ritiene che fare lavorare un bambino presso
una famiglia sia vantaggioso per lo stesso piccolo. Molte famiglie povere non
hanno scelta se non quella di mandare i loro figli a lavorare.
E’ importante migliorare le condizioni di migliaia di bambini che
inevitabilmente finiscono per lavorare, e trovare un modo per aiutare anche
loro ad andare a scuola.
Esiste però la Convenzione Internazionale ONU per i diritti
dell’infanzia.
Nell’ articolo 32 leggiamo: “Gli Stati riconoscono il diritto di ogni
bambino ad essere protetto contro lo sfruttamento economico e a non essere
costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a
repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo
fisico, mentale, spirituale, morale o sociale”. Continua nel prossimo numero…
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